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Tra arte e artigianato: il viaggio creativo dell’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù.

“I luoghi hanno un’anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana”.
James Hillman


L’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù, guidato da Alfredo Gioventù e Daniela Mangini, è un luogo dove arte e artigianato si fondono per creare opere d’arte uniche e oggetti di uso quotidiano. Questa coppia di artisti ha un percorso straordinario che li ha portati a esplorare il mondo della ceramica e a sviluppare un approccio unico alla creazione artistica.

Partiamo dalle origini.
Alfredo matura la sua passione per la ceramica a soli 8 anni, quando inizia a svolgere il suo primo lavoro da un ceramista amico di famiglia. Successivamente ha cominciato a frequentare l!atelier fino a diventarne un dipendente. Questa passione non lo ha mai abbandonato e, in seguito, ha deciso di approfondire la sua conoscenza della ceramica studiando e lavorando nel settore, diventando insegnante di storia dell’arte in una scuola di formazione professionale.
È stato in questa scuola che ha incontrato Daniela Mangini, una delle sue allieve, che si è rivelata non solo una compagna di vita ma anche una collaboratrice creativa. Negli anni ’80 Alfredo ha fondato il suo laboratorio, mentre negli anni ’90 Daniela è diventata sua socia. In questo decennio si è dedicato a una ricerca artistica sui materiali ceramici che imitano la bellezza della natura. Il passo successivo è stato imitare la bellezza dei sassi della spiaggia di Sestri Levante, in Liguria. Una ricerca culminata in una tecnica unica al mondo che ha permesso di riportare l!argilla a diventare il sasso che era prima ancora di diventare argilla.
Un territorio inesplorato, unico al mondo, che ha visto la realizzazione da parte dell’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù di oggetti d’uso che si ispirano ai sassi, oggetti che ricordano la meraviglia dei patrimoni di bellezza dei beni di proprietà del demanio, ma che custodiscono al loro interno anche un senso di utilità. Nascono così i vasi, le scatole, le zuccheriere, i piatti, le ciotole.
Perché, se è vero che non si può portare a casa un sasso, si può però portare a casa un’opera di Alfredo e Daniela, un oggetto che si colloca perfettamente nel rituale dell’abitare entrando nel quotidiano e nell’arredo per ricordare la bellezza del mare, creando una presenza iconica della natura che entra in casa.

Quella di Alfredo e Daniela è una ricerca non finalizzata solo all!artigianato ma con una vocazione artistica. Nasce negli anni ’90, il sasso galleggiante, come idea che esista un!anima nel mondo minerale uguale a un sasso, ma leggerissima.
Un oggetto che genera emozioni importanti.
Immaginate di prendere in mano un sasso, e proprio nell’istante in cui lo sollevate esercitando una forza utile affinché questo accada con successo, vi accorgete che è privo di peso.
Ecco, quello che ne consegue è un rapporto sbilanciato con la realtà, una contraddizione del normale. Un viaggio in cui è il fruitore a dare un senso a questa dimensione, perché ognuno è libero di vederci e trovarci qualcosa di particolare. Se l’obiettivo dell’arte è quello di creare un linguaggio comunicativo ecco che con questa opera, Alfredo e Daniela, raggiungono questo scopo.
Ma perché il sodalizio funzioni, in ogni coppia, è necessario che ognuno abbia un suo ruolo. Ecco che in questo caso il compito di Alfredo è di creare le forme e quello di Daniela di realizzare le righe, le peculiarità che contraddistinguono un sasso da un altro. E quando Alfredo parla di lei, ci dice così: “Daniela da questo punto di vista è stata magnifica perché da quando era piccola andava in spiaggia e giocava con le righe dei sassi. Lei ha le linee dei sassi chiare nella mente. ”

Ugo La Pietra teorizzava i territori culturalmente omogenei affermando che l!Italia è caratterizzata da territori tipici del suo Genius Loci, costituita da tante piccole Italia ognuna con le sue caratteristiche, dominata dalle sue tradizioni artigianali. Queste tradizioni si possono rinnovare e diventare contemporanee.
Ecco che la ricerca dell’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù è un esempio virtuoso della teoria di La Pietra, perché questa coppia lavora sulla suggestione del Genius Loci, grazie all’amore e alla conoscenza del territorio.

Il percorso.
Il percorso di Opificio Ceramico Alfredo Gioventù è fondato sul duo. Un duo che ha attraversato differenti ambiti e situazioni, fra cui la promozione di Alfredo a figura di rilievo culturale per Sestri Levante e la gestione di una torre di avvistamento dei saraceni del ‘500. ArTura_Territori fra Arte e Natura, è il nome del contenitore di tutte le esperienze, mostre, convegni e arte, sviluppo del pensiero
artistico relativo all!arte e alla natura.
In cambio del riconoscimento della loro città, Alfredo e Daniela hanno restituito alla città qualcosa di concreto: un laboratorio destinato ad avvicinare i bambini alla bellezza della natura.
Avete capito bene che Alfredo e Daniela si lasciano cullare e trasportare dal vento in progetti e avventure, con un’unica grande ambizione: portare avanti una cosa in cui credono e in cui sentirsi realizzati. L’arte – per loro – deve essere in parte anche sociale, necessaria per la salute di tutti, deve contemplare la restituzione sociale.

Da un oggetto artistico a un oggetto di uso.
Quando chiediamo ad Alfredo e Daniela come lavorano il materiale per ottenere i sassi, Alfredo ci risponde che la ceramica è un materiale incredibile.
È nata infatti quando l’uomo ha scoperto che può trasformare la materia, permettendogli di imitare tutti i materiali. La ceramica è un materiale che ha enormi capacità di mutare perché reagisce al fuoco cambiando di volta in volta. Ora sta diventando sostitutiva del metallo, perché non si ossida. Di ceramica sono fatte le astronavi, i denti, i sassi dell’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù.
E se è vero che la ceramica è terra che cuoce, è anche vero che di terre ce ne sono un’infinità. Ed è qui che entra in campo la conoscenza: si deve scegliere la giusta terra. Quindi per ottenere i loro sassi capiamo che la strada e il percorso è stato lungo e tortuoso, ricco di studi per arrivare al giusto materiale composto come un piccolo chimico. Poi modellato perché un sasso è una forma plastica di una complessità enorme. Un sasso sorgivo ha al suo interno mille piani di spaccatura, sfaccettature complesse. Quello che hanno fatto Alfredo e Daniela è stato rapportarsi alla materia con il massimo rispetto dell’estetica della natura.

Se devo fare un sasso non gareggio con la bellezza dei sassi della natura.

Un calco in gesso. L’argilla liquida colata o l’argilla plastica da stampare. Un tecnica che ricorda la realizzazione di un uovo di Pasqua. Il calco. Si stucca il contatto. Si mettono dentro le lastrine. E poi si lavora sul materiale, perché deve corrispondere alla stessa identicità. È per questo che hanno inserito le incrostazioni sui sassi. I denti di cane. Le righe bianche, la porcellana bianca che si incatena al sasso di porcellana grigia, si sdraia nell’incavo e vi resta per sempre.
La cottura poi deve essere molto alta per ricreare la sonorità dell’unghia che si sfrega sul sasso.

Con molto alta intendiamo 1300 gradi.

Questo percorso è un percorso fatto di esperimenti e quando si sperimenta, non si fa altro che compiere un miracolo. Il miracolo della possibilità. Aprire il forno è una magia. Sapersi aprire al caso e alla spontaneità del caso, una parte dell’arte.

Lo scambio con il gallerista.
Dov’è il punto di incontro in cui l’oggetto di arte diventa di uso e viceversa? Questo il famoso quesito del rapporto artigianato – arte. Immaginate un crinale, da un lato l’artigianato, dall’altro l’arte. Spesso opere che si preparano per essere artistiche non sono veramente artistiche e spesso vasi che sono nati per essere vasi sono opere d!arte a tutti gli effetti.

Ed è a questo proposito che Alfredo ci cita le sue opere che richiamano Elfi e Arcani, sculture fatte di due sassi, che mimano un aspetto umanoide. Sulla testa adagia un pezzo di legno che ha trovato sulla spiaggia e che rappresenta l’idea.
Sotto la testa nel corpo, c’è un buco, che rende il pezzo un vaso. Ritorniamo al nostro crinale arte e artigianato: quando questo oggetto non ha niente da fare fa l’artista, quando invece ha da lavorare diventa un vaso, un artigiano.
L’opera d’arte per essere un’opera d’arte ha bisogno di un processo che comprende anche il processo artigianale ma non lo include necessariamente. Per essere un’opera d’arte deve essere riconosciuta in quanto tale dall’evolversi del suo processo.

Il processo del fare arte è un processo in cui esiste – a detta di Henri Robert Marcel Duchamp che ha inventato l’arte contemporanea – un punto finale che è la conferma dell’opera artistica da parte dell’utente.
L’artista infatti crea un’opera sull’onda di suggestioni che ha. Quando l’ha finita però non è ancora un’opera d’arte. Lo diventerà se un utente sarà pronto a riconoscerla, a comprarla e a volerla. L’opera d’arte, pertanto, deve rimanere aperta e far sì che il pubblico l’apprezzi, la compri e la concluda. Senza questo processo un’opera non diventa un’opera d’arte, non si conclude come pensiero.

Lo scambio con il gallerista.
Ma chi permette che tutto questo avvenga? Il gallerista. Colui che crea la mediazione fra l’artista e la sua opera e la collettività. Senza il gallerista, l’opera non si conclude e non diventa opera d’arte. Il gallerista è colui che porta la sua suggestione al pubblico e la completa. Una figura con un ruolo interattivo in questo processo perché fa conoscere le opere e quindi le rende opera d’arte.

Lo sguardo rivolto in avanti.
Quella dell’Opificio Ceramico Alfredo Gioventù è una storia densa, ricca di avvenimenti, colorata. Una storia che ha ancora molte pagine bianche da completare. Daniela, per esempio, sta lavorando su dei sassi leggeri che possono volare sulle pareti. Sappiamo già quello che accadrà nel futuro, non è vero? Alfredo interpreterà con Daniela, che è una perfetta portatrice di intuizioni indispensabili, questa idea, e poi si vedrà se ci saranno integrazioni con il pubblico o no. Perché se i luoghi ricordano, Alfredo e Daniela sanno ascoltare, leggere, e trasferire nel loro lavoro quotidiano questi ricordi.

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